Quando tutto diventa buio, è un bel vantaggio saper illuminare i dintorni (Simone C. 4B, Viola, Chiara, Lapo e Alessandro 4D)

Nel mare, a partire dai 200 metri di profondità, la luce del sole non penetra più. Di conseguenza, procedendo verso gli abissi, si registra una sensibile diminuzione della temperatura fino a sfiorare gli 0°C, mentre la pressione aumenta di 1 atmosfera ogni 10 metri di profondità. Si tratta di un ambiente estremo, in cui sono in grado di sopravvivere solo poche specie con particolari adattamenti. Anche il cibo è scarso, costituito prevalentemente dai resti degli organismi morti che precipitano dalla superficie o dai detriti di origine terrigena portati in mare dai fiumi, lungo i ripidi canyon della piattaforma. I pesci abissali, quindi, sono di piccole dimensioni (in genere 10 cm di lunghezza), ma con una bocca sproporzionata, denti aguzzi lunghissimi e stomaci in grado di dilatarsi notevolmente, per garantire la possibilità di afferrare qualunque cosa capiti a tiro. Il loro aspetto è davvero mostruoso, ma è la bassa densità di popolazione a rendere estremamente difficile l’incontro con un partner, tanto che in alcune specie di pesci abissali (Lophilliformes) si osservano casi di parassitismo sessuale. Il maschio si attacca permanentemente al corpo della femmina, nutrendosi direttamente dal sistema circolatorio della sua ospite e in cambio le fornisce la garanzia dell’accoppiamento.

Immaginate che vita desolante: al buio, al freddo, da soli o male accompagnati, con poco cibo e schiacciati da una pressione vertiginosa.

Tuttavia, non tutto il male viene per nuocere: le acque sono quiete, le condizioni ambientali costanti e il metabolismo degli organismi è così lento da consentire loro una “miracolosa” longevità. Certi molluschi bivalvi, lunghi non più di 3 cm che vivono nel Nord Atlantico, possono raggiungere una età superiore ai 250 anni! Inoltre, circa i due terzi della popolazione abissale ha evoluto una caratteristica sorprendente e rara: emettere luce da una porzione più o meno estesa del proprio corpo (bioluminescenza). Questo fenomeno è possibile grazie ad organi luminosi che producono luce propria (fotofori) o a strutture che ospitano batteri simbionti bioluminescenti. Di sicuro pochi di voi conoscono le basi chimiche della bioluminescenza: una reazione redox, catalizzata dall’enzima luciferasi, tra ossigeno e luciferina che produce un intermedio instabile, il cui decadimento provoca l’emissione di fotoni. Moltissimi, però, ricorderanno lo spaventoso Pesce Lanterna, che ipnotizza i protagonisti del famoso cartone “Alla ricerca di Nemo”, grazie ad un piccolo e grazioso lume rotondo, oscillante nell’oscurità. È esattamente lo stesso fenomeno spettacolare offerto dalle lucciole a giugno, quando di notte illuminano ad intermittenza il loro addome. Per una trattazione completa della biochimica alla base della bioluminescenza alleghiamo il pdf del Prof. Giorgio Sartor Università di Bologna a Ravenna,http://www.ambra.unibo.it/giorgio.sartor/. BIOLUMINESCENZA

Noi occupiamoci di spiegare come può essere utile fare luce nel buio. I due principali vantaggi sono già comprensibili dai due esempi precedenti: attirare le prede per catturarle più facilmente oppure attirare i propri simili per scopi riproduttivi. Si può anche usare la luce per accecare o distrarre i predatori giusto per il tempo necessario a scappare, un metodo mimetico davvero particolare! La bioluminescenza ha dato spazio a leggende e racconti: il lago Kayak in Irlanda, l’unico lago marino in Europa, era considerato incantato, e Jules Verne descrive il mare illuminato da sotto la superficie dell’acqua in “20.000 leghe sotto i mari”, il cui protagonista è un altro “Nemo”.    

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Informazioni su elenacosi

Insegnante di Scienze Naturali (Biologia, Chimica, Geologia, Astronomia) presso la scuola secondaria superiore
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