Anniversario con squali e pensiero scientifico

Un anno fa, durante un periodo di lavoro così fortunato da poter essere scambiato per un’avventurosa e quieta vacanza, io (Elena) e la mia collega (Monica) cercavamo di dare forma e vita al Blog See the Sea Life Project, nella luce di una tipica veranda (conservatory) delle abitazioni gallesi. Un blog dedicato al mare, dal punto di vista artistico e scientifico, che continuiamo a nutrire come meglio possiamo e quando possiamo, anche con il contributo dei nostri studenti. Qualunque argomento scientifico che trattiamo rispecchia il costante desiderio di fornire informazioni corrette e aggiornate. Pertanto, in accordo con il pensiero scientifico che deve evolvere insieme alle nuove scoperte e alla propria materia di studio, può essere necessario “correggere e aggiornare” il contenuto di alcuni post, alla luce di informazioni più recenti. A tal proposito, riporto (in sintesi) un articolo apparso sul sito web de “Le Scienze” il 17 aprile 2014 dal titolo “Perché lo squalo non è un fossile vivente”, che modifica il nostro articolo del 23 agosto 2013 “Gli squali: veri fossili viventi”.

La maggior parte dei pesci attuali appartiene alla classe degli Osteitti, cioè dei pesci dotati di uno scheletro osseo, che si sviluppa a partire da uno scheletro cartilagineo embrionale. Gli squali, invece, sono classificati come Condroitti, perché hanno uno scheletro di cartilagine anche nell’età adulta. Questa caratteristica, insieme ad altre, è ritenuta un tratto arcaico dal punto di vista evoluzionistico, al punto da far ritenere che gli squali siano fossili viventi direttamente correlabili a una classe di vertebrati, simile ai pesci, ormai estinta e comparsa sulla Terra circa 450 milioni di anni fa. Tuttavia, in Arkansas, in un’area anticamente occupata da un ecosistema marino assai diversificato, è stato scoperto un fossile risalente a 325 milioni di anni fa e appartenente alla specie Ozarcus mapesae, un lontano antenato dello squalo. L’eccezionale stato di conservazione del reperto ha permesso a Alan Pradel e colleghi dell’American Museum of Natural History di New York di analizzare in particolare le strutture che sostengono le branchie, denominate archi. Grazie alla collaborazione con l’European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble, la più potente sorgente di raggi X costruita in Europa, Pradel e colleghi hanno analizzato il campione fossile con scansioni ad alta risoluzione, ottenendo così immagini dettagliate della forma e dell’organizzazione anatomica di ogni singolo arco. Hanno scoperto che in questo antenato degli squali le strutture degli archi branchiali sono molto più simili a quelle dei pesci ossei moderni che a quelle degli squali attuali. Questo significa che gli archi a sostegno delle branchie nello squalo sono frutto di un lungo processo evolutivo che li ha portati a diversificarsi dai pesci ossei.

Adesso non sembra più il caso di chiamare fossili viventi questi meravigliosi predatori marini.

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Informazioni su elenacosi

Insegnante di Scienze Naturali (Biologia, Chimica, Geologia, Astronomia) presso la scuola secondaria superiore
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