Alca impenne (great auk), un’altra storia di estinzione provocata dall’uomo.

Finalmente una giornata dedicata alla scienza: il Museo di Storia Naturale di Dublino e il museo di Zoologia al Trinity College.

Il primo, con i suoi innumerevoli animali impagliati (stuffed animals) e le teche antiche (ancient showcases) ricorda molto il nostro analogo museo fiorentino de “La Specola”, anche se in versione molto più estesa. Io trovo questo tipo di musei tristi come gli zoo. Però sono utili per gli studenti: danno la percezione immediata delle dimensioni degli esemplari, cosa che non è evidente dai documentari o dalle immagini nei libri, e rivelano l’enorme variabilità genetica presente in natura, specialmente nella Classe Aves (Uccelli).

Il secondo è invece molto piccolo, in pratica un paio di stanze, ma con studenti competenti, molto simpatici e disponibili a dare spiegazioni. Il museo testimonia la passione per la tassidermia e il collezionismo di uccelli impagliati esplosa in Europa nell’800 e mi ha permesso di scoprire l’esistenza di un uccello di cui non avevo mai sentito parlare: l’alca impenne, Pinguinus impennis (great auk).

Quest’uccello dell’Ordine Charadriiformes e Famiglia  Alcidae, fu descritto da Carlo Linneo nel suo Systema Naturae, come  Alca impennis. Poi nel 1791, quando gli esploratori europei videro i pinguini dell’emisfero australe, fu collocato nel genere Pinguinus per il colore del piumaggio, l’abilità nel nuoto e le abitudini riproduttive. La somiglianza principale però derivava sicuramente dalla sua inabilità al volo. E come potrebbe volare un animale alto circa 80 cm, pesante circa 5 Kg, ma dotato di un paio di ali lunghe solo 15 cm?! Tuttavia, le moderne analisi molecolari eseguite su DNA mitocondriale, hanno dato ragione al grande naturalista svedese. Infatti, great auk non ha nessuna parentela con i pinguini, ma con la gazza marina, Alca torda (razorbill) e più alla lontana con la gazza marina minore o piccola alca, Alle alle (little auk).

Dato che il great auk era molto numeroso nelle acque costiere dell’oceano Atlantico Settentrionale (Canada, Nord America, Norvegia, Groenlandia, Islanda, Isole Fær Øer, Irlanda, Gran Britannia e Francia fino al nord della Spagna), fu una fonte di cibo per i popoli di quelle zone fino dai tempi più antichi. Erano ricercate le uova particolarmente grandi, la carne anche come esche per pescare e le piume per fare cuscini. Sfortunatamente, il fatto di non volare, di essere impacciato al suolo e di non essere istintivamente spaventato dall’uomo, lo ha reso una facile preda e oggetto di una caccia spietata fino all’estinzione, che è stata ufficialmente dichiarata nel 1852. Nel 1794 la Gran Bretagna provò ad arrestare il massacro, dichiarando illegale il prelievo di uova e piume, ma permise ancora la caccia per la carne. Inoltre, il fatto che i ratti, introdotti involontariamente dai marinai sulle isole di nidificazione, si cibassero delle uova, che la covata consistesse di un solo uovo e che la maturità sessuale fosse raggiunta all’età di 4-7 anni, contribuì alla riduzione delle nascite. Come se questo non bastasse, la rarità del great auk lo fece diventare oggetto di intenso e costoso collezionismo in Europa, sia tra i privati che tra i musei. Attualmente nei musei sono conservati 78 esemplari impagliati, 75 uova, 24 scheletri completi, gli occhi e gli organi interni in formaldeide dei due esemplari uccisi nel 1844, tutti di grande valore naturalistico ed economico.

Un’altra storia simile a quella del famoso Dodo.

Great_Auk_(Pinguinis_impennis)_specimen,_Kelvingrove,_Glasgow_-_geograph.org.uk_-_1108249

Great Auk (Pinguinis impennis) specimen, Kelvingrove, Glasgow http://www.geograph.org.uk

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Informazioni su elenacosi

Insegnante di Scienze Naturali (Biologia, Chimica, Geologia, Astronomia) presso la scuola secondaria superiore
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