Atkins Peter – Le regole del gioco (2010) e Il Regno periodico (2008). Zanichelli

Questi due piccoli preziosi volumi, si possono leggere in combinazione con quello del moto browniano, perché si occupano del macroscopico e del microscopico che circonda il “mondo di mezzo”.

Nel primo si incontrano gli stessi protagonisti: Carnot, Clausius, Kelvin, Boltzman e tramite i loro enunciati scopriamo le leggi della termodinamica. Il titolo originale dell’opera è, infatti, “Four Laws That Drive the Universe” (Oxford Univeristy Press 2007). Senza tradire la sua vocazione di chimico, l’autore poi collega la termodinamica all’energia coinvolta nelle reazioni chimiche e così incontriamo anche Gibbs.

Nel secondo, invece, viene descritta la Tavola Periodica degli Elementi con una prospettiva nuova rispetto alla “piatta” visione tradizionale. Grazie a grafici tridimensionali che prendono in esame di volta in volta le proprietà fondamentali degli atomi dei diversi elementi, possiamo accorgerci che la tavola non rappresenta un semplice elenco ordinato di sostanze, ma materia che cambia. Nell’immaginazione dell’autore spostarsi lungo la tavola periodica è come esplorare un nuovo territorio in cui il paesaggio degli elementi si modifica come se ci spostassimo da una spiaggia in riva al mare ad un bosco di montagna. Inoltre, il percorso storico, che ha portato alla struttura definitiva della Tavola, è degno dei viaggi di esplorazione. Le sostanze devono essere prima scoperte, poi nominate e infine mappate in modo accurato e preciso con un metodo condiviso, come fanno i cartografi. Infine è necessario capire quali sono le leggi che governano queste “regioni”, come si organizzano e in che modo entrano in relazione tra loro.

Il grande pregio di entrambi i testi, grazie alla notevole capacità di divulgazione del Prof. Atkins, è quello di restituire significato alla scienza.

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https://esperiascience.wordpress.com/2013/04/19/tavola-periodica/

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Haw Mark – Nel mondo di mezzo – Zanichelli 2008; Pacchioni Gianfranco – Quanto è piccolo il mondo – Zanichelli 2008

Il saggio di Mark Haw è un capolavoro di storia e filosofia della scienza. Non solo collega elegantemente fisica, chimica, biologia e nanotecnologie, ma ci immerge nel flusso delle scoperte scientifiche attraverso i secoli, aiutandoci passo per passo a comprenderne il significato e la portata ideologica. Tra il mondo quantistico degli atomi e il nostro mondo macroscopico esiste un mondo intermedio che è dominato dal movimento incessante e casuale e che forse è in qualche modo coinvolto nell’origine della vita sulla Terra. Si tratta del moto browniano, scoperto per caso dal botanico Robert Brown nel 1827 e per lunghi anni ignorato dalla comunità scientifica come nel famoso caso delle leggi della genetica di Mendel.

Nel 1943 Erwin Schrödinger, nel suo famoso “What is life?”, si era posto il problema della stabilità del materiale genetico in presenza del moto browniano. Aveva pensato al cromosoma come a un cristallo aperiodico, quindi ad una struttura piuttosto rigida e ordinata, che però era soggetta in qualche modo alle variazioni casuali dovute alle mutazioni. L’autore illustra un’altro punto di vista: le biomolecole sono fortunatamente caratterizzate dalla flessibilità e da una dose di disordine e imprevedibilità essenziali per la vita. Il loro movimento incessante è parte integrante del loro funzionamento che non è perfetto, ma in media è funzionale al compito da assolvere. Tante le prove scientifiche, le teorie e gli scienziati, fino ad arrivare alle moderne nanotecnologie, di cui si occupa in maniera approfondita il testo di Pacchioni. Un mondo di mezzo che offre affascinanti prospettive e, come sempre, qualche rischio perché ci permette di lavorare al confine “tra materia e vita”. C’è tanto spazio per la fantasia in questo piccolo mondo, ed è una grande sfida scientifica riuscire a realizzare quanto la nostra mente ci suggerisce. La natura è fonte di ispirazione e di imitazione: la foglia di loto assolutamente impermeabile all’acqua, le zampe del geco capaci di aderire anche alle superfici più lisce, le cellule con le loro nano-macchine capaci di auto replicarsi e di procurarsi l’energia necessaria a completare un progetto di cui contengono l’informazione. Sarà interessante vedere cosa ci riserva la scienza in futuro.

 

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Mancuso Stefano, Viola Alessandra – Verde brillante – Giunti 2013, 2015; Armaroli Nicola, Balzani Vincenzo – Energia per l’astronave Terra – Zanichelli 2008, 2011

Dopo tanto tempo, ho sentito nostalgia del periodo trascorso all’Università in cui mi occupavo di meccanismi di difesa nelle piante da patogeni e stress, modificazione genetica (OGM) e phytoremediation. In particolare, ricordo il grande senso di pace e soddisfazione durante la micropropagazione in vitro delle piantine di pomodoro o di gerbera. Sapevo che le aiutavo a rigenerarsi. Facevo tagli rapidi e precisi con un bisturi affilatissimo, sperando che non provassero dolore, e distanziavo bene le talee nel terreno di agar nei barattoli sterili per garantire a tutte la stessa possibilità di crescita. E le piantine, costrette a vivere in un mondo tanto innaturale, crescevano in modo lussureggiante.

La capacità rigenerativa delle piante è davvero impressionante. Come ci spiega il Prof. Mancuso, sono prive di organi singoli come gli animali e sono costituite da moduli che si ripetono, come i pezzi del Lego, collegati in una struttura a rete. La loro vita sessile, infisse nel suolo, non permette loro di sfuggire alle amputazioni provocate dai predatori e nel corso dell’evoluzione sono state costrette a sviluppare tutta una serie di particolari strategie di sopravvivenza. Di conseguenza le piante sono anatomicamente e fisiologicamente molto diverse dagli animali. Questo, nel corso dei secoli, ha portato gli scienziati a sottovalutarle e considerarle “viventi, ma insensibili” collocandole un solo gradino al di sopra alle pietre nella “Scala Naturae”. Ovviamente, le cose hanno cominciato a cambiare grazie a Charles Darwin, ma c’è ancora molta strada da percorrere.

L’autore, attraverso affascinanti esempi, contribuisce in modo fondamentale a ribaltare questo modo superbamente antropocentrico di vedere le piante e ci dimostra che hanno migliaia di piccoli occhi (fotorecettori), di piccoli nasi (recettori di sostanze volatili), di piccole bocche e di piccoli cervelli (le radici e gli apici radicali), di piccole mani e orecchie (canali meccano-sensibili), senza contare molte altre capacità percettive degne di un supereroe. Quindi sono più che sensibili e, inoltre, sono intelligenti se si considera il termine nella sua definizione più generale, ossia la capacità di risolvere problemi per sopravvivere.

Dobbiamo ricordare sempre la totale dipendenza degli animali e dell’uomo dall’ossigeno prodotto dalle piante, senza contare che costituiscono la base di qualunque rete alimentare, sono fonte di energia, materiali da costruzione, medicine, benessere psicofisico, e più recentemente di ispirazione per le nanotecnologie con la biomimetica.

A proposito di energia, Armaroli e Balzani, mentre prendono in esame le fonti energetiche utilizzabili con i loro relativi pro e contro, accennano alla fotosintesi artificiale. Le foglie delle piante sono in pratica degli efficienti pannelli fotovoltaici che per ora la nostra tecnologia non è riuscita ad eguagliare.

 

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Rizzolatti Giacomo, Vozza Lisa – Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, 2008, Zanichelli.

A proposito di difficoltà nel comprendere il prossimo, certamente non c’è bisogno di tirare in ballo la diversità culturale. La letteratura e il cinema abbondano di relazioni difficili tra uomo e donna o tra adolescenti e adulti, dovuti a incomunicabilità e incomprensioni. Ricordo una mia alunna il cui sogno era di poter leggere nel pensiero altrui e credo che tutti almeno una volta nella vita abbiamo desiderato di conoscere la verità nascosta dietro le parole e le apparenze.

Recentemente, il gruppo del Prof. Rizzolatti dell’Università di Parma ha scoperto il modo con cui riusciamo a leggere nella mente altrui e, in alcuni casi in quella degli altri animali, a imitare, a capire le emozioni, a provare empatia, ad essere conquistati da un bel libro o da un avvincente film. Tra i “circa 100 miliardi di neuroni, che controllano la vita vegetativa e le funzioni cerebrali superiori (percezione, attenzione, memoria, linguaggio, apprendimento), ci sono alcune cellule nervose chiamate neuroni specchio, la cui funzione è quella di riconoscere le azioni degli altri e capirne il senso”. In pratica, dal modo in cui una persona afferra una bottiglia e dalla sua espressione facciale possiamo facilmente capire se ci vuole amichevolmente offrire da bere o se è così arrabbiata da volerci spaccare la testa!

“È qualcosa che avviene in noi in modo talmente naturale che non ce ne rendiamo neppure conto. Eppure questo fatto è alla base della capacità dell’uomo di cogliere informazioni utili nelle azioni degli altri per sopravvivere in una società costantemente in moto”.

La scoperta dei neuroni specchio è un esempio di serendipity. Questo termine, coniato nel 1754 da Horace Walpole un diplomatico inglese presso la corte fiorentina, indica la scoperta casuale di una cosa molto interessante, mentre si stava cercando tutt’altro. In ambito scientifico non è certo un caso isolato. Tuttavia, bisogna ricordare che la “fortuna” è vana, se non è accompagnata dalla “virtù” di saperla riconoscere e sfruttare. La scoperta è avvenuta per caso nei macachi ed è stata confermata in altre specie, tra cui l’uomo. Grazie alla nostra capacità di astrazione e all’uso del linguaggio, questi speciali neuroni si attivano non solo quando compiamo od osserviamo un’azione, come nelle scimmie, ma anche quando ne leggiamo una descrizione o ne sentiamo parlare.

La scoperta dei neuroni specchio ha una notevole importanza per lo studio di una malattia ancora poco compresa come l’autismo. Quando le “conoscenze” sono scarse, si diffondono  sciocche e pericolose “credenze”, come la convinzione che i vaccini possano provocare tale patologia. L’autismo è una malattia congenita, correlata ad una disfunzionalità dei neuroni specchio, che però diventa evidente proprio nel periodo in cui i bambini sono sottoposti alle vaccinazioni. Attenzione alla differenza tra concomitanza e relazione causa-effetto!

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Barbujani Guido, Cheli Pietro – Sono razzista, ma sto cercando di smettere – Editori Laterza 2008

Molti antropologi stanno cercando di ricostruire l’albero filogenetico di Homo sapiens, ossia il momento della nostra separazione evolutiva da un antenato in comune con gli altri Primati e la relazione di parentela tra le varie specie del genere Australopitecus e Homo. I giornalisti continuano a parlare erroneamente di “anello mancante”, ogni volta che viene scoperto un nuovo fossile antropomorfo. Tuttavia, il nostro è stato un percorso complesso, pieno di biforcazioni, e non una tranquilla lineare passeggiata verso “la perfezione dell’uomo bianco occidentale”, come si credeva prima di Darwin. Il nostro “cespuglio evolutivo” viene continuamente rimesso in discussione e rielaborato.

Sicuramente Homo sapiens è una specie di Primate, molto affine agli scimpanzé considerando una diversità genetica pari al 2%, che per migliaia di anni ha convissuto sul pianeta con altre specie dello stesso genere attualmente estinte (ricordiamo il monito di D. Morris, anche noi potremmo estinguerci!). Inoltre, “la paleontologia e la genetica indicano che siamo tutti discendenti di un unico gruppo, probabilmente piccolo, di Homo sapiens che intorno a 50.000 anni fa ha lasciato l’Africa spingendosi in Eurasia e poi nelle Americhe”.

Le popolazioni umane attualmente si sono molto  diversificate per l’aspetto (colore della pelle, forma e colore degli occhi, forma del naso, capelli, statura, corporatura etc.) la lingua, la mentalità, le abitudini e la cultura. Ma possiamo distinguere razze umane diverse?

Gli autori di questo utilissimo libro ci spiegano in modo chiaro e divertente che non è possibile. Da un punto di vista biologico, individui appartenenti a specie diverse non possono accoppiarsi oppure, anche se si accoppiano, generano una prole sterile. Tuttavia, “i neri con i gialli e con i bianchi si riproducono benissimo e, nei casi più fortunati, con reciproco godimento.”

Dimostrato che apparteniamo tutti alla stessa specie, gli autori smontano anche la possibilità che apparteniamo a razze diverse. Una razza comprende “organismi della stessa specie, di solito poco mobili e poco numerosi, che portano varianti diverse del DNA tipiche di territori diversi, separati da barriere geografiche o da grandi distanze”. Invece, nel nostro caso “l’espansione dall’Africa è stata così recente, la crescita della popolazione così rapida e gli scambi migratori così intensi che la nostra specie non ha mai sperimentata una situazione di isolamento”.“Dunque nell’uomo non ci sono razze biologiche”. (Livingstone F.B., On the Nonexistence of Human Races, in “Current Anthropology”, 1962, 3, pp.279-281.). Le differenze che osserviamo sono dovute solo a culture diverse e all’adattamento ad ambienti climatici diversi.

Se ancora non riuscite a smettere di essere razzisti per colpa “dei pregiudizi e del disagio o dello spavento che provate di fronte alla diversità e alla difficoltà di essere capiti e di capire”, allora vi consiglio di leggere questo libro molto simpatico e ricco di prove convincenti. Gli autori vi dimostreranno che “una società, che si difende tracciando confini tra i suoi membri e privando le minoranze dei diritti fondamentali, sembra difficile da far funzionare e in più, francamente, fa schifo.

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Morris Desmond – The Naked Ape – Jonathan Cape, London 1967 (La scimmia nuda – Sec. Ed. Giunti Editore 2017)

Dopo i viaggi astrali in compagnia di Tonelli e Bignami, torniamo a terra ed occupiamoci della specie Homo sapiens a cui apparteniamo. Ma continuiamo a seguire la loro traiettoria che, nonostante le nostre indubbie capacità razionali, la varietà di culture e le prodigiose abilità tecnologiche, ci costringe a ridimensionare il ruolo degli esseri umani nella storia naturale.

Il Prof. Morris dichiara apertamente l’intenzione di osservare l’uomo “in modo spietato”, con il distacco di un etologo che vuole comprendere il comportamento di una specie diversa dalla propria. Per questo motivo decide di usare l’appellativo “scimmia nuda” in modo da ricordare sempre la nostra appartenenza al mondo animale e da evidenziare la nostra particolarità biologica: siamo gli unici Primati privi di pelliccia. Da buono scienziato, l’autore prende subito in esame tutte le possibili spiegazioni di un adattamento tanto peculiare, evidenziandone i vantaggi evolutivi. Le due spiegazioni più convincenti sembrano consistere in una maggiore attrazione sessuale tra i partner e nella maggiore facilità di eliminare i parassiti.

Accanto a caratteristiche utili alla nostra sopravvivenza come la neotenia (la tendenza a mantenere nella vita adulta alcuni comportamenti infantili, quali giocare, ridere, piangere, essere curiosi, apprendere), ce ne sono altre che potrebbero causare la nostra estinzione. In particolare, le moderne aggressioni a distanza e la collaborazione di gruppo rendono difficile, se non impossibile, la decifrazione “da parte del vincitore dei segnali di pacificazione del perdente e spingono a sostenere i propri compagni ad oltranza, così l’aggressione continua ad infuriare violentemente”.

Sicuramente si sono verificati “mutamenti importanti nell’evoluzione dello scimmione cacciatore, carnivoro e camminatore, con una tana fissa a cui fare ritorno, a partire da uno scimmione raccoglitore, frugivoro e arboricolo che si spostava continuamente su un ampio territorio”. Il monito finale dell’autore è che le specie evolvono o si estinguono e, nel nostro caso, è particolarmente pericoloso l’impressionante aumento della popolazione umana che sta provocando l’estinzione di molti altri organismi e che, ovviamente, innesca una forte competizione all’interno della nostra stessa specie.

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Navigation through the Ages

Sapete che cosa sono i MOOCs? La sigla sta per Massive Open Online Courses, che potrebbe essere tradotta in italiano con Corsi online aperti su larga scala.

Sono una stupenda opportunità offerta dal web per diffondere la cultura! Permettono di partecipare a lezioni sui più diversi argomenti a chiunque possieda una connessione internet abbastanza efficiente da consentire di vedere video e collegarsi in videoconferenza. I corsi in genere sono gratuiti, anche se in alcuni casi è necessario pagare per avere il  certificato finale di frequenza. I MOOCs consentono di studiare con esperti, spesso appartenenti ad Università prestigiose, senza muoversi da casa e in orari in cui si ha del tempo libero da dedicare alla conoscenza, alla curiosità e alla propria passione.

Ho recentemente scoperto che questo sito http://www.europeanschoolnetacademy.eu/

Navigation through the Ages

offre una vasta gamma di ottimi MOOC, molto interessanti soprattutto per gli insegnanti. Ho appena partecipato ad un corso base di astronomia, tanto per rinfrescare le conoscenze (http://www.europeanschoolnetacademy.eu/web/our-wonderful-universe) e sono molto fiera del badge conquistato (il certificato è gratuito).

badgePurtroppo mi sono persa il corso precedente, perfetto per il mio blog dedicato al mare: “Navigation through the Ages” (http://www.europeanschoolnetacademy.eu/web/navigation-through-the-ages/course). In realtà, l’archivio permette comunque di iscriversi e seguire il corso, ma oltre la data di chiusura non è più possibile una partecipazione attiva (quiz di fine modulo, contributi personali, revisione dei contributi dei partecipanti) e di conseguenza non viene rilasciato nessun attestato. “Knowledge for knowledge’s sake!” (J.D. Salinger, Franny and Zooey)

Consiglio a tutti di non perdere il prossimo MOOC “Our Fragile Planet – October 2017” (http://www.europeanschoolnetacademy.eu/web/guest/upcoming-courses).

Dimenticavo, i MOOCs sono anche un ottimo modo per tenere in esercizio l’inglese. Buon lavoro!

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Tonelli Guido – Cercare mondi – Rizzoli 2017; Amaldi Ugo – Sempre più veloci – Zanichelli 2012; Bignami F. Giovanni – I marziani siamo noi – Zanichelli 2010

Negli ultimi anni il mondo della fisica è continuamente scosso da scoperte sensazionali, come il bosone di Higgs e le onde gravitazionali, mentre l’astrofisica riesce a mappare lontani esopianeti nella fascia di abitabilità. Per nostra fortuna, alcuni dei protagonisti di tali avventure scientifiche hanno sentito la necessità di spiegarne il significato e le conseguenze con libri divulgativi di altissimo livello e di una chiarezza sconvolgente, nonostante la complessità degli argomenti.

“Cercare mondi” riassume le conoscenze attuali sull’origine dell’Universo e ridimensiona ulteriormente, dopo Galileo e Darwin, il nostro antropocentrismo. L’universo in cui viviamo è solo una fluttuazione casuale del vuoto, una specie di bolla che si è espansa in modo accelerato, e potrebbe non essere l’unico universo esistente. Molto interessante è il confronto tra il vuoto e lo zero, che non sono il nulla o l’assenza di tutto, ma anzi contengono tutto. Lo zero, ad esempio, deve essere considerato la somma di infiniti numeri positivi e di infiniti numeri negativi, così come il vuoto contiene la materia e l’antimateria.  In questo quadro primordiale compare il bosone di Higgs o “inflatone”, con il ruolo di aggregare la materia e stabilizzare ed ampliare la fluttuazione iniziale del vuoto. L’autore poi racconta con passione l’avvincente scoperta delle onde gravitazionali e l’importanza che avranno nello studio dei buchi neri e nell’esplorazione dell’universo. La grande preziosità del libro consiste nella componente “filosofia”, da cui emergono i diversi aspetti della ricerca scientifica e il legame imprescindibile tra cultura umanistica e scientifica.

Vi consiglio, però, di iniziare con la lettura di “Sempre più veloci”, che riguarda le particelle subatomiche e i potenti acceleratori con cui sono studiate. Sono “i microscopi del mondo subatomico, le fabbriche di particelle con massa ed energia maggiore delle particelle di cui è fatta la materia ordinaria e le macchine del tempo che permettono di ricostruire in laboratorio quello che è successo nell’Universo dopo il Big Bang, ossia le reazioni che avvenivano tra le particelle nei primi 380.000 anni di vita del cosmo”. Impagabili sono gli schemi che riassumono quanto è noto delle particelle-materia o fermioni e delle particelle-forza o bosoni. Tanto per tornare alla casualità nei fenomeni naturali, l’autore afferma che le “particelle non sono altro che manifestazioni effimere dei campi quantistici, increspature che appaiono e scompaiono con facilità”.

Il fantastico trio è completato dal divertente ed esauriente libro del tanto compianto Prof. Giovanni Bignami, la cui scomparsa ci ha privato di un grande scienziato e di un simpaticissimo divulgatore scientifico. In questo caso la storia universale si completa. Si parte dal Big Bang e, attraverso la formazione di stelle, galassie, sistema solare ed altri corpi celesti, si giunge alla vita sulla Terra. Una vita che in gran parte è dovuta a materia forgiata dalle stelle e proveniente dallo spazio, in una specie di eterno cerchio.

giovanni-bignamihttp://matematica.unibocconi.it/news

Francamente, dopo tutto ciò, è difficile essere assolutamente certi che il nostro sia l’unico pianeta nell’universo ad ospitare forme di vita. Chissà quali sorprese ci riserva il futuro!

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Lorenz Konrad. E l’uomo incontrò il cane – Piccola Biblioteca Adelphi N. 9/1973 (38° edizione marzo 2011)

Considerata l’origine di Homo sapiens nella savana africana, forse i primi Canidi addomesticati erano degli sciacalli dorati. Tuttavia, è probabile che il legame iniziale fosse ancora piuttosto labile, dovuto semplicemente alla reciproca utilità. Quali vantaggi potevano trarre i nostri antenati? Probabilmente un branco di sciacalli costituiva una buona sentinella notturna e un valido aiuto per seguire una preda ferita. D’altro canto gli sciacalli avrebbero ricevuto in compenso parte del bottino di caccia.

Un vero rapporto “cane-padrone” deve essersi instaurato solo dopo che gli uomini sono passati da una vita nomade a una stanziale, con la costruzione di case da custodire e a cui fare ritorno. “L’unica cosa veramente certa è che il progenitore della maggior parte dei nostri cani non è il lupo nordico, come un tempo in generale si credeva. Si può supporre con sufficiente sicurezza che gli uomini, trasmigrando sempre più a nord, portassero con sé, già addomesticati, cani discendenti dallo sciacallo, dai quali poi, attraverso ripetuti incroci con animali di sangue lupino, sono nate razze come i cani esquimesi, gli indiani, i samoiedi, le laike russe, il chow-chow e pochi altri.”

Da dove nasce l’attaccamento di un cane per il padrone? Inizialmente, quando è ancora un cucciolo, prova un attaccamento filiale e infantile verso la famiglia adottiva. Poi, da adulto, scatta la fedeltà che lo lega al capo branco e l’affetto che lo unisce ai compagni di branco. “Questa seconda radice è più forte in tutti cani di discendenza lupina che non nei discendenti dallo sciacallo, poiché nella vita del lupo la coesione del branco ha assai maggiore importanza, ma si tratta di una fedeltà virile, per così dire, da uomo a uomo.” Le razze canine, quindi, non sono diverse solo nell’aspetto, ma soprattutto nel carattere istintivo dell’animale. Solo un componente della famiglia umana può essere riconosciuto dal cane come capo branco. Molto probabilmente non è quello che lo nutre come una madre, né quello che gioca con lui come un fratello. È quello che ha un rapporto meno affettuoso e più distaccato, proprio la persona che a prima vista sembra essersi meritato di meno la fedeltà e l’amore dell’animale.

Chiunque decida di prendere con sé un cane dovrebbe evitare di sceglierlo in base alla moda del momento. Dovrebbe leggere questo piccolo e preziosissimo libro, per comprendere quale razza sia più consona alla propria personalità e alle proprie esigenze e quali siano gli elementi base dell’addestramento tali da rendere il proprio cane ben educato e la convivenza piacevole per entrambi.

Ricordate inoltre il suggerimento di Lorenz : spesso “un bastardo intelligente, fedele, animoso e con i nervi a posto, dà alla lunga assai più soddisfazione che un campione purissimo costato un patrimonio.

 

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Levi-Montalcini Rita, Tripodi Giuseppina – Le tue antenate. Donne pioniere nella società e nella scienza dall’antichità ai giorni nostri – Carlo Gallucci Editore, 2008 Carrano Patrizia – Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro, prima donna laureata nel mondo – A. Mondadori Editore, 2000.

Dopo secoli di maschilismo in campo scientifico, è una vera gioia scoprire che la storia della scienza è comunque costellata di straordinarie figure femminili, che non sono mai state inferiori ai loro colleghi. Anzi hanno lavorato più duramente degli uomini, poichè sono state contemporaneamente madri, mogli e scienziate, senza contare la costante fatica di combattere ostinatamente per ottenere il meritato riconoscimento professionale. A volte il tempo ha dato loro ragione e hanno avuto una laurea, una cattedra universitaria, il Premio Nobel o altri prestigiosi premi accademici. Altre volte hanno dovuto soccombere alle discriminazioni generate dal pregiudizio, antico e troppo persistente, che le donne non avessero le stesse capacità razionali degli uomini e, quindi, neppure gli stessi meriti e diritti.

Eppure si scopre molto spesso che dietro ogni “grande uomo”, c’è una “grande donna”, come nel caso di Antoine Laurent Lavoisier e della moglie Marie Paulze che lo aiutava durante gli esperimenti di chimica o di Albert Einstein e della moglie Mileva Maric che ha sicuramente collaborato alle rivoluzionarie e famose teorie del marito.

L’unica pecca che posso attribuire al testo è l’omissione di Lynn Margulis, la biologa che ha proposto l’affascinante teoria endosimbiontica per l’origine dei cloroplasti e dei mitocondri, gli organelli intracellualri grazie ai quali tutti gli eucarioti ricavano l’energia necessaria allo svolgimento delle proprie funzioni vitali. Forse lo spazio non era sufficiente per rendere giustizia a tutte le scienziate passate e presenti. Tuttavia, quello che più importa è il futuro: speriamo che le storie delle protagoniste stimolino le prossime generazioni di donne a seguirne l’esempio. Sarebbe ancora più meraviglioso se, leggendo questo agile libro, gli uomini (scienziati e non) provassero almeno un lieve rimorso e il proponimento di evitare gli errori del passato.

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Se desiderate approfondire la biografia delle scienziate elencate nel testo, oltre al già presentato “Genio ossessivo” di B. Goldsmith su Marie Curie, vi consiglio uno dei miei libri preferiti: “Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro, prima donna laureata nel mondo” di Carrano Patrizia (A. Mondadori Editore, 2000).

L’autrice, con estrema sensibilità, ci restituisce l’immagine di una donna straordinaria per il suo tempo. Era “scampata” sia al velo del convento sia a quello del matrimonio grazie ad un padre illuminato e benevolo, che le aveva permesso sia di studiare con istitutori e sia di dedicarsi a letture “di carattere raccolto, personale, privato, in camera sua, sfiorando i risguardi di carta decorata dei volumi della sua piccola biblioteca personale”. È un romanzo storico che insieme ad una biografia rigorosa, restituisce le passioni della protagonista. Non saprete più separarvene e sarete tentati di leggerlo più volte.

 

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