Mantova e il Parco Sigurtà……

LA FERMATA POETICA A MANTOVA, vicino alla Chiesa di San Sebastiano.

Zampe

Impronte

Passaggi

 

Esseri viventi

confondono le loro vite

sotto le brezze marine

del loro peso.

Si possono vedere i corpi

nella concreta assenza

delineata dalla sabbia.

Corpi

destinati ad asciugarsi

dalla salsedine dei loro respiri.

 

E ritornare alla sabbia

da cui sono venuti

PARCO SIGURTA’, vicino al Castelletto un passaggio della fratellanza

La Terra è un solo Paese

Siamo Onde dello stesso Mare

Foglie dello stesso Albero

Fiori dello stesso Giardino

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HEART OF THE SEA

“Heart of the sea”, oltre al titolo del film che racconta la nascita del romanzo Moby Dick, è anche il nome del gioiello che appare nel film “Titanic” di James Cameron.

Ed è assolutamente perfetto per il cristallo di solfato di rame che io e la mia classe 3H (indirizzo Scienze Applicate) del Liceo Scientifico “Niccolò Rodolico” abbiamo realizzato per un concorso di cristallografia indetto dal Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze.

Un regalo per l’anniversario del nostro blog di biologia marina.

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Mesler Bill e Cleaves II H. James. Breve Storia della Creazione. La ricerca dell’origine della vita, Bollati Boringhieri, 2016

Un testo irrinunciabile per gli appassionati di storia della scienza: scorrevole e avvincente come un romanzo storico, in cui si alternano innumerevoli protagonisti di grandi scoperte, spesso in conflitto e in competizione tra loro, che hanno influenzato le future generazioni di scienziati.

Gli autori sfiorano con eleganza e brevità le teorie scientifiche relative all’origine della vita, che potrebbero risultare difficoltose per alcuni e ripetitive per altri. L’obiettivo primario è che i lettori comprendano l’evoluzione del pensiero scientifico, in questo caso ostacolato dal fatto che l’argomento è di complessa soluzione e che si intreccia con notevoli implicazioni filosofiche e religiose.

Emerge la figura dello scienziato che non basa il suo lavoro esclusivamente sulla razionalità, ma che è dotato di immaginazione fino alla visionaria preveggenza, di passione, perseveranza e, a volte, di eccesiva ostinazione e autostima. Ovviamente, la scienza è un’attività umana. Quindi, anche se realizzata da menti eccezionali, ha tutta la forza e la debolezza degli uomini e delle donne che nei secoli hanno costruito il nostro sapere. Comunque, se si considera che siamo passati dall’idea della generazione spontanea alla biologia sintetica, attraverso l’esobiologia, possiamo ritenerci soddisfatti e pensare di essere riusciti a fare passi da gigante!

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I coralli sono romantici in pericolo

I coralli si riproducono prevalentemente per via asessuata mediante gemmazione dei polipi che costituiscono le colonie. Tuttavia, in una notte di Luna piena alla fine dell’estate, si riproducono per via sessuata liberando uova e spermatozoi nell’acqua di mare e lasciando alle onde e alla marea il compito di fare incontrare i gameti.

La riproduzione asessuata è un meccanismo efficiente, specialmente in caso di organismi sessili, dato che garantisce un rapido incremento numerico senza necessità di entrare in contatto con altri individui della stessa specie. Tuttavia ha uno svantaggio: la perdita di variabilità genetica dovuta alla clonazione degli individui. In un ambiente altamente instabile e rapidamente mutevole a causa di inquinamento, pesca intensiva e cambiamento climatico (aumento delle temperature e acidificazione delle acque), questa uniformità genetica è decisamente pericolosa perché limita le possibilità dei coralli di adattarsi all’ambiente.

La riproduzione sessuata, invece, grazie alla meiosi (crossing over in profase I e assortimento indipendente dei cromosomi omologhi in metafase I) e grazie alla fecondazione casuale tra gameti, assicura un’elevata variabilità genetica. La selezione naturale poi agisce da setaccio su tale variabilità e sceglie gli organismi più adatti alle situazioni contingenti. Tuttavia, anche questa via ha i suoi lati negativi, specialmente in considerazione della loro strategia riproduttiva a J. La fecondazione esterna per dispersione dei gameti, non garantisce un’elevata efficienza di fecondazione e le larve, sebbene molto numerose, sono abbandonate a loro stesse e sottoposte ad alti tassi di mortalità per predazione o altre cause.

I biologi marini sono in allarme a causa di tre eventi di sbiancamento dei coralli (bleaching) di portata globale che si sono verificati negli ultimi 20 anni: nel 1998, nel 2010 e nel 2014. E ovviamente, stanno cercando di correre ai ripari con tutti mezzi a loro disposizione, perché non c’è tempo da perdere.

Le tecniche comprendono, in particolare:

  1. Allevamento e trapianto di microframmenti di coralli.
  2. Fecondazione assistita, allevamento delle larve fino a uno stadio avanzato ed espianto in mare.
  3. Modulazione epigenetica, che consiste nel sottoporre i coralli a situazioni di stress, come temperature elevate, per indurre l’attivazione di geni che li rendano più resilienti.
  4. Selezione artificiale di varietà resistenti.
  5. Manipolazione genetica e selezione del microbioma simbionte dei coralli (batteri ed alghe).
  6.  Crioconservazione del germoplasma dei coralli.

Si tratta di tecniche che richiedono tempo e costi elevati, la cui fattibilità ed efficienza è ancora al vaglio, ma è confortante sapere che gli scienziati non stanno mai fermi con le mani in mano ad aspettare il peggio. Prevenire è sempre meglio che curare.

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Reblog da OggiScienza

ATTUALITÀ- Sono in tanti a essere debitori nei confronti di Folco Quilici: almeno due generazioni di naturalisti, sub, viaggiatori o semplici sognatori, in Italia e all’estero, sono cresciute guardando i suoi documentari o leggendo i suoi libri. Regista, sceneggiatore, fotografo e scrittore, Quilici è stato un pioniere della divulgazione, quella vera, costruita mettendo insieme indagine antropologica, […]

via Addio a Folco Quilici — OggiScienza

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LA SCELTA

Sto leggendo un libro molto interessante “The epigenetics revolution” di Nessa Carey (2011, Icon Books Ltd, UK), che ho comprato a Dublino in una libreria vicino al Trinity College. Non credo ne esista una traduzione in italiano, ma è molto chiaro e comprensibile anche in inglese, sia nel linguaggio che nel contenuto.

L’autrice fa luce su meccanismi genetici complessi che permettono di spiegare fenomeni biologici di grande attualità: cellule staminali, clonazione, malattie rare, variabilità fenotipica tra individui geneticamente identici come i gemelli monozigoti. Si tratta di una branca relativamente recente della genetica, chiamata epigenetica, che non studia le classiche variazione nella sequenza del DNA (mutazioni), ma si occupa di modifiche chimiche più fini sulle stesse basi azotate (metilazione della citosina in zone CpG) e sugli istoni (le proteine che permettono di compattare circa 2 metri di DNA dentro un nucleo di 10-6 m di diametro). Queste modifiche essenzialmente regolano l’espressione genica e sono alla base del differenziamento cellulare e dell’espressione fenotipica di un dato genotipo. Queste sorprendenti conoscenze stanno anche gettando una nuova luce sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti, proposta da Lamarck, ma negata dalla Sintesi Moderna della Teoria evolutiva di Darwin e dalla genetica Mendeliana. Come suggerisce l’autrice, spesso la verità sta nel mezzo!

Questo è il riferimento per la recensione apparsa su “The Guardian”: https://www.theguardian.com/books/2011/aug/19/epigenetics-revolution-nessa-carey-review.

Il libro mi ha fatto pensare che la vita è solo una questione di scelte fortunate o sfortunate fin da quando siamo semplicemente uno zigote, cioè una cellula uovo fedondata da uno spermatozoo! E ho ricordato anche una splendida poesia di Robert Frost, che adoro e che ho scoperto grazie al film, “L’attimo fuggente”, la quale rappresenta una ennesima meravigliosa connessione tra ARTE e SCIENZA

THE WADDINGTON EPIGENETICS LANDSCAPE

Waddington

The Road Not Taken  Robert Frost (1874–1963). 

Two roads diverged in a yellow wood,

And sorry I could not travel both

And be one traveler, long I stood

And looked down one as far as I could

To where it bent in the undergrowth;

 

Then took the other, as just as fair,

And having perhaps the better claim,

Because it was grassy and wanted wear;

Though as for that the passing there

Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay

In leaves no step had trodden black.

Oh, I kept the first for another day!

Yet knowing how way leads on to way,

I doubted if I should ever come back.

 

I shall be telling this with a sigh

Somewhere ages and ages hence:

Two roads diverged in a wood, and I—

I took the one less traveled by,

And that has made all the difference.

TRADUZIONE

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.

Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.

Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io –
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.

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DISTANZA DA UN TEMPORALE

Ho letto che Ernest Rutherford, quando era un ragazzo, si divertiva a calcolare la distanza di un temporale dalla veranda della sua casa.

Se il temporale è in mare, la misura può essere sufficientemente accurata perché il suono non incontra ostacoli, come edifici o montagne, che possono deviarlo e falsare le distanze. In realtà, la velocità del suono cambia in base alla temperatura e alla umidità dell’aria e questo potrebbe influire sull’accuratezza del calcolo. Pertanto, dovreste ripetere la misura almeno tre volte usando fulmini e tuoni successivi. Inoltre, grazie ad una bussola e ad una carta geografica, potreste tracciare con una linea la direzione in cui si vede il lampo e aggiungere la distanza calcolata, individuando così l’estensione del temporale. Ovviamente, tenete sempre di conto la sicurezza dello sperimentatore e posizionatevi al riparo!

Si può sfruttare la differenza di velocità tra la propagazione della luce (3 x 108 m/s) e quella del suono (330 m/s), che determina il ritardo con cui si ode il tuono rispetto all’avvistamento del lampo.

In pratica, non appena si vede il lampo di luce si inizia a contare il tempo, possibilmente con un cronometro o altrimenti contando i secondi ad alta voce e iniziando da mille. Si ferma il conto non appena si ode il tuono. Considerando che il rumore del tuono viaggi ad una velocità costante di 330 m/s e che abbia avuto inizio in contemporanea al fulmine, la distanza tra noi e il temporale è data da:

Formula:        330 m/s * X secondi calcolati = Y metri

Esempio         330 m/s * 8 s = 2.640 metri

 Potrebbe essere un rimedio fisico-matematico contro la paura dei tuoni!

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Cronometri, orologi atomici e posizionamento satellitare

Come abbiamo già scoperto, la velocità di una nave e la latitudine possono essere determinate con strumenti che però hanno bisogno di misurare contemporaneamente il tempo in cui si effettuano i rilievi. Adesso vedremo che la determinazione dell’ora è fondamentale anche per completare il posizionamento in mare tramite la longitudine.

Nel 1530, lo scienziato olandese Rainer Gemma Frisius aveva indicato il modo per risolvere il problema della determinazione della longitudine. Se una nave avesse potuto determinare l’ora di un meridiano di riferimento (ad esempio quello del porto di partenza o quello dell’osservatorio di Greenwich, come avverrà dall’800 in poi) con un orologio di precisione a bordo e l’ora locale, con il rilevamento astronomico, avrebbe stabilito con facili calcoli la longitudine. Infatti, sapendo che un punto sulla superficie terrestre compie un angolo di 360° durante la rotazione terrestre in un periodo di tempo pari a 24h, si può calcolare che, andando verso est od ovest, una discrepanza di un’ora tra le due posizioni del meridiano di riferimento e della nave indica uno spostamento in longitudine di 15°(= 360°/24h) e di 900 miglia marine (= 15° * 60 miglia marine).

Inizialmente, i marinai utilizzavano le clessidre per misurare il tempo, come abbiamo visto in abbinamento al solcometro, ma la loro misura del tempo lasciava ovviamente molto a desiderare. Dato che l’errore anche di un solo minuto al giorno significava un miglio marino fuori rotta, fu chiaro il ritardo giornaliero accumulato nel viaggio della durata di diverse settimane sarebbe stato potenzialmente letale. Serviva uno strumento di alta precisione che perdesse meno di 3 secondi al giorno: un cronometro marino, che letteralmente in greco significa “misuratore del tempo”. Christian Huygens e Robert Hooke nella seconda metà del’600 avevano introdotto il pendolo e il bilanciere a molla negli orologi, migliorandone la precisione. Ma quello che funzionava sulla terraferma non aveva la stessa efficienza in mare. Gli ingranaggi di un orologio dovevano sopportare variazioni di temperatura e umidità, la salsedine e il movimento su una nave in tempesta, mantenendo la dovuta precisione.

Nel ‘700 John Harrison vinse di fatto questa sfida tecnologica come ha descritto magistralmente Dava Sobel in “Longitudine. Come un genio solitario cambiò la storia della navigazione” (Rizzoli, 2017). Egli costruì 4 originali e diversi cronometri marini (H1, H2, H3, H4), che attualmente sono esposti presso il National Maritime Museum di Greenwich insieme all’H5 e al K1 (Kendall 1), entrambe copie dell’H4, eseguite da Harrison stesso e da Larcum Kendall, un orologiaio londinese. Harrison si dedicò a questa impresa per tutta la vita, introducendo molteplici accorgimenti tecnici innovativi che permisero di superare gli ostacoli al funzionamento in mare di un normale orologio. Lo scopo era vincere il Longitude prize, un premio in denaro di 20.000 sterline che l’Inghilterra aveva stanziato nel 1714 con il Longitude Act per chi avesse risolto il problema della determinazione della longitudine. Questo probabilmente rappresenta il primo finanziamento per la ricerca scientifica della storia e, allo stesso tempo, la vicenda di Harrison rappresenta l’ennesimo caso di mancato riconoscimento dei meriti scientifici di un uomo straordinario. La Commissione per la Longitudine, che doveva attribuire il premio, gli riconobbe solo metà del merito, e quindi metà della somma prevista. In realtà, Harrison era riuscito nell’impresa, ma il suo orologio era molto costoso e difficilmente riproducibile per la difficile realizzazione. Quindi, di scarsa utilità per le mire espansionistiche dell’Inghilterra che possedeva una flotta considerevole da equipaggiare con i cronometri.

Altri seguirono l’esempio di Harrison qualche anno più tardi. Il francese Pierre Le Roy e gli inglesi Thomas Earnshaw e John Arnold gettarono le basi per lo sviluppo su scala industriale del cronometro da marina. Questo era quello a cui mirava il Longitude Act: una produzione in serie di strumenti affidabili, in grado di perfezionare l’arte della navigazione e di rendere sicure le vie degli oceani.

Successivamente il quarzo ha permesso la costruzione di cronometri da marina incredibilmente precisi e attualmente i satelliti geostazionari permettono di stabilire la posizione di una nave con un errore di pochi metri, superando così le difficoltà del rilevamento ottico, e montando a bordo orologi atomici. Questi congegni, che con la loro tolleranza inferiore a un secondo ogni 1000 anni, hanno raggiunto prestazioni straordinarie, hanno anche consentito di verificare la teoria della relatività di Einstein e hanno costretto gli scienziati a definire il secondo come “l’intervallo di tempo in cui un atomo di Cesio compie 9.192.631.770 transizioni tra due livelli energetici”.

  • Dava Sobel “Longitudine. Come un genio solitario cambiò la storia della navigazione”. Rizzoli, 2017.
  • Sergio Giudici “Fare il punto”. Mondadori Università, 2016.

 

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ASTROLABIO, SESTANTE ed EFFEMERIDI

L’astrolabio è un antico strumento astronomico che permette di determinare la posizione dei corpi celesti (Sole, Luna, pianeti e stelle). Infatti, in greco antico significa “afferrare l’astro”. Per molti secoli, fino all’invenzione del sestante, è stato uno strumento di navigazione fondamentale per determinare la posizione di una nave. L’utilizzo di questi due strumenti è collegato alle effemeridi astronomiche (dalla parola greca ephemeris = giornaliero), ossia tavole numeriche, precompilate dagli astronomi, che riportano giorno per giorno la posizione prevista per gli astri. Le tavole sono utili per indirizzare le osservazioni visuali o astronomiche e per permettere ai naviganti di avere informazioni orarie in ogni  parte del globo. Anche il sestante, come il solcometro, sono entrati nella letteratura: Jules Verne lo fa utilizzare al  Capitano Nemo a bordo del Nautilus in “Ventimila Leghe Sotto i Mari.

L’astrolabio si basa sulla proiezione stereografica (proiezione di una sfera vista dal polo Nord su un piano che può essere il piano equatoriale o quello tangente alla sfera nel suo punto antipodale ad N chiamato S o polo Sud) e indica le posizioni degli astri e l’ora rispetto a una rete di coordinate. La sua invenzione è spesso attribuita a Ipparco di Nicea, (II secolo a.C.), uno dei massimi astronomi della storia, che contribuì allo sviluppo della teoria degli epicicli per spiegare il moto dei corpi celesti, presupponendo la Terra immobile e al centro dell’Universo. Al perfezionamento dell’astrolabio lavorarono Tolomeo, Teone, Ipazia, Eratostene, astronomi arabi e il viaggiatore e geografo arabo Leone l’Africano (1485-1554), che svolse in pieno Rinascimento un importante ruolo di mediazione tra l’Islam e il mondo occidentale.

Il sestante è uno strumento utilizzato per misurare l’angolo di elevazione di un oggetto celeste sopra l’orizzonte e si usa per stabilire la latitudine sulla base di un principio ottico. Il nome sestante deriva dal fatto che possiede una scala di 60°, pari ad 1/6 di circonferenza (analogamente, il precedente ottante è un dispositivo simile ma con una scala pari ad 1/8 di circonferenza, 45°). La scala del sestante, di 60° reali, è graduata in maniera doppia in modo da leggere direttamente il doppio dell’angolo formato dai due specchi montati sullo strumento che sfruttano il principio della doppia riflessione. Se un raggio luminoso subisce una doppia riflessione sullo stesso piano, allora l’angolo di deviazione (l’angolo tra il raggio incidente sul primo specchio e il raggio emergente riflesso dal secondo specchio) è il doppio dell’angolo formato dalle superfici riflettenti (δ =2α).

Sir Isaac Newton inventò il principio della doppia riflessione negli strumenti di navigazione, ma le sue ricerche non furono mai pubblicate. Successivamente due uomini, indipendentemente l’uno dall’altro, riscoprirono il sestante attorno al 1730: John Hadley (1682-1744), matematico inglese, e Thomas Godfrey, (1704-1749), inventore americano. Il sestante sostituì l’astrolabio, perché ha il vantaggio di traguardare un oggetto rispetto all’orizzonte, e non in relazione allo strumento, consentendo una misura più precisa. Quando l’orizzonte e l’oggetto celeste sono traguardati, sono fermi anche se l’imbarcazione si sta muovendo. Questo dipende dal fatto che l’osservazione in un sestante fa collimare due punti di vista: uno è un oggetto posto nella volta celeste attraverso lo specchio mobile, l’altro è l’orizzonte attraverso lo specchio fisso. Tramite una opportuna regolazione si porta l’immagine della parte bassa dell’oggetto celeste a toccare l’orizzonte. Viene poi letto l’angolo di elevazione dalla scala graduata. La misura si prende contemporaneamente all’ora e al giorno che sono utilizzate per estrarre dalle effemeridi i dati dell’oggetto celeste, utili al calcolo della posizione.

7531_3123_1589-006_944ASTROLABIO NAUTICO (Museo Galileo, FI, Francisco de Goes, 1608 Portogallo)  459px-Sestante_Marino.svgSESTANTE MARINO (wikipedia)
Un cerchio graduato come un goniometro e chiamato “madre” alloggia al centro le altre parti dello strumento:

  •  Un “braccio” rotante detto alidada
  • Una “lamina” su cui è incisa la proiezione di punti della sfera celeste ad una determinata latitudine (la lamina si cambia a seconda della latitudine più prossima).
  • La “rete”, una struttura ruotabile che si sovrappone alla lamina e indica, tramite le punte (o “fiamme”), la posizione di 20 – 30 stelle “fisse” ben note.
Il telaio lega tutti i componenti.

  • Solidale ad esso e opposto allo specchio fisso, si trova il “cannocchiale” utilizzato dall’osservatore per puntare gli oggetti.
  • Lo “specchio fisso” che è diretto verso l’orizzonte è solidale con l’armatura.
  • Il braccio detto “alidada” muove lo ” specchio mobile” che è diretto verso gli oggetti celesti.
  • L’Indicatore o “linea di fede” punta sull’arco per mostrarne la misurazione.

I sestanti professionali montano orizzonti artificiali, in cui lo specchio punta ad una bolla d’aria situata in tubo pieno di fluido, utili nel caso l’orizzonte sia nascosto e filtri per ridurre gli effetti della nebbia. Inoltre, sono in grado di misurare fino a 1 minuto di grado, che corrisponde a circa un miglio nautico, come abbiamo già visto. Un cambiamento di temperatura o un urto può deformare l’arco del sestante creando delle imprecisioni. Pertanto, è importante il materiale con cui è costruito e le modalità di conservazione.

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Navigare con la matematica

Ci immaginiamo il perfetto “lupo di mare” come un uomo rude e poco istruito, con la pelle resistente al sole, al vento e alla salsedine, con lo stomaco a prova di rollio e beccheggio, che affronta impavido le tempeste più spaventose ed è capace di adattarsi a qualunque situazione. In realtà, per sopravvivere in mare servono molte conoscenze scientifiche in diversi campi come l’astronomia, la fisica, la matematica, la cartografia, la meteorologia, etc.

Cominciamo dalla misura della velocità delle imbarcazioni tramite il solcometro, uno strumento citato anche nel romanzo Moby Dick di Herman Melville. Anticamente, il calcolo veniva effettuato da due marinai posti a poppa dell’imbarcazione. Uno doveva lanciare in mare la sagola, una corda con dei nodi posti ad una distanza fissa di circa 15,43 m, alla cui estremità era legato un travetto di legno per creare opposizione all’acqua. Il marinaio doveva contare quanti nodi attraversavano le sue dita, mentre un altro teneva il tempo usando una clessidra da 30 secondi.

Dato che 15,43 m sono 1⁄120 di miglio marino (= 1.852 m), mentre 30 secondi sono 1⁄120 di ora, il conteggio dei nodi passati tra le dita del marinaio, in trenta secondi, corrispondeva alla velocità della nave. Quindi, ogni nodo filato nei trenta secondi della clessidra corrispondeva ad una velocità di un miglio nautico all’ora e, ad esempio, contare 3 nodi in 30 secondi significava che la nave percorreva 3 miglia marine all’ora.

In pratica, l’utilizzo del nodo e del miglio marino in ambito nautico sono convenzioni matematicamente giustificabili e utili, specialmente se si considera che la posizione della nave è data dalla longitudine e dalla latitudine che si misurano in gradi, primi e secondi.

Dall’utilizzo del solcometro deriva il “nodo”, che è l’unità di misura della velocità nautica. Non è un’unità di misura del Sistema Internazionale, ma è usato in meteorologia e per la navigazione nautica ed aerea perché equivale semplicemente ad un miglio nautico all’ora (1.852 m/h) e la sua abbreviazione è kn o kts (dall’inglese knots). Il miglio marino, 1.852 m, a sua volta, corrisponde alla lunghezza dell’arco di circonferenza massima (equatore o meridiano) sulla sfera terrestre sotteso da un angolo al centro della terra di ampiezza pari a 1 primo (1⁄60 di grado sessagesimale).

Vediamo se riusciamo a dimostrarlo con un calcolo: il raggio terrestre è circa 6370 km, per cui la circonferenza espressa in metri è 2π * 6.370.000 m = 40.003.600 m. Analogamente, la circonferenza terrestre espressa in minuti è 360° * 60’ = 21.600’. Quindi, 40.003.600 m / 21.600’ = 1.852 m. Come dice il Prof. Sergio Giudici nel suo libro “Fare il punto” (Mondadori Università, 2016),  l’uso del miglio marino “facilita le operazioni di carteggio perché risulta immediato il fattore di conversione tra angoli e distanze: 1 minuto di latitudine o longitudine corrisponde ad un miglio marino, 1 grado di latitudine o longitudine a 60 miglia marine e così via.”

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